Il tempo sospeso

Il presente è qualcosa di strano. Di indefinibile forse. Di certo sappiamo solo che discrimina tra il passato e il futuro, ma di altro sappiamo poco. A volte sembra un periodo di tempo lungo e infinito mentre altre volte sembra sottile come una lama di rasoio.

Non è indifferente capire quanto duri il presente perché è proprio in questo tempo così elastico che albergano le nostre emozioni, perché il resto è solo nostalgia per quello che ormai è stato oppure sogno di quello che forse sarà.

Sarebbe bene che il presente fosse un tempo sufficientemente ampio per goderne e per preparare il futuro. Già preparare il futuro. Condizione essenziale del presente. Condizione senza la quale questo si trasforma in un tempo sospeso privo di sapore e di significato.

Le dichiarazione dei dirigenti della Roma mi sembra abbiano tolto a Zeman ogni futuro espungendolo dal presente e collocandolo in quel tempo sospeso. Sebbene con il cuore ferito spero che abbiano ora il coraggio di anticipare il futuro per non lasciare anche la nostra passione in quel tempo sensa senso.

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“Quer pasticciaccio brutto der centrocampista centrale” – Parte seconda: parlare a nuora perché suocera intenda

 “Io non ce l’ho con lui. Io ce l’ho con chi lo mette in campo”.

Capita di sentirla spesso questa frase tra le file del settore Distinti Sud, ma credo anche in tutti gli altri, per non parlare dei salotti in cui la partita arriva tramite satellite. Capita di sentirla spesso, a proposito di Taxidis, questa frase che smaschera l’artificio retorico di chi volendo abbattere ad un bersaglio, mira verso un altro. Parlare a nuora perché suocera intenda si dice nei contesti meno ma spesso capaci di immagini più vivide.

Siamo una comunità divisa. Diciamocelo. Ci siamo divisi sugli esiti ultimi della gestione Sensi. Ci siamo divisi sui primi vagiti della nuova gestione. Ci siamo divisi su Luis Enrique, e infine oggi siamo divisi su Zeman e su De Rosssi. Domani chissà su cosa ci divideremo, ma oggi la faglia attraversa quel pezzo di erba e terra posto al centro del centro del campo.

Non è chiaro come e perché siamo arrivati a questo punto e ancor più difficile è capire come uscirne. A prima vista le soluzioni più evidenti sono rappresentate dalla negazione degli elementi della divisione, vale a dire dall’esclusione di Zeman o di De Rossi. Solo che in questo caso si assisterebbe al trionfo di una parte sull’altra, un trionfo in cui si finirebbe per non fare prigionieri scatenando divisioni ancora più profonde alla prima occasione buona.

Siamo una comunità divisa, ed è importante dircelo per non essere costretti a mirare a bersagli indiretti per rimanere nell’ombra mentre si cerca di abbattere il bersaglio vero. È quello che sta succedendo al povero Taxidis, ventunenne di buone speranze, non ottime forse ma buone sembra di si. Che colpa ha lui se il gioco di Zeman richiede un adattamento del singolo alle esigenze del gruppo? Che colpa ha se quell’adattamento De Rossi manifesta difficoltà ad assecondare?

Taxidis è l’unico che non c’entra niente in questo scontro, ma infatti quello che si sente ripetere è che la colpa non è sua ma di chi lo mette in campo. Non si pronuncia il nome del bersaglio vero, che è Zeman e non si afferma ciò che si vuole affermare ovvero che in quel ruolo dovrebbe giocare De Rossi.

Si potrebbe obiettare che è evidente che le cose stanno in questo modo, ma un conto è un non detto che si capisce e un conto è un detto esplicitamente. Nessuna soluzione si trova se non dall’analisi razionale del problema. Il non detto rende tutto meno nitido e dove non c’è chiarezza è più difficile trovare una soluzione, mentre lo schieramento implica assunzione di responsabilità, coraggio, scelta, decisione. Il problema della Roma non è Taxidis. Taxidis è solo un modo per non parlare del problema vero.

Se siamo una comunità divisa è inutile fare finta di niente professando comunione di intenti sugli obiettivi generali per poi scannarci su bersagli indiretti. Molto meglio schierasi a viso aperto, scegliere una via d’uscita, e percorrerla tutti insieme, anche i più riottosi. Molto meglio che continuare a stare fermi all’imbocco del bivio per il terrore di ammettere di essere divisi sulla strada da imboccare.

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Un anno di kammamuri.it (anzi otto mesi)

Con la fine dell’anno matura il tempo dei bilanci e anche io voglio cogliere questa occasione per dare un’occhiata a questo primo anno di kammamuri.it. A dire il vero si tratta di otto mesi scarsi visto che il primo post, dal titolo “Meglio Zeman o Bacone?”, risale al 10 Maggio del 2012 quando cominciarono a circolare le prime voci sul ritorno di Zdeneck Zeman alla Roma.

Da allora ci sono state quasi 3.000 visite e colgo quest’altra occasione per ringraziare tutti quelli che sono passati di qua e in particolare quelli che hanno voluto sostenere questo progetto citando su Facebook o su Twitter i post graditi. A proposito di gradimento la top five è risultata la seguente:

  1. Vorrei il Nobel per la poesia a Francesco Totti
  2. Se torna Zema’ me faccio tre abbonamenti”
  3. Contro il calcio globale
  4. Pronti… Via!
  5. Sosteneva mio nonno

Per quanto riguarda le ricerche fatte su Google in seguito alle quali qualcuno è sopraggiunto in questo blog, oltre a quelle legate alla mia identità reale o virtuale, spiccano “poesia francesco totti”, “Totti nobel”, “friccicore signifcato”  e “quattrotrettre” a testimonianza del valore popolare della passione calcistica. Spulciando tra le statistiche si scoprono anche ricerche singolari tra le quali alcune meritano una segnalazione:

  • odio l’anticiclone delle azzorre (potere del caldo che confonde  le menti)
  • roberto falcao nudo (No comment!!!)
  • bartelt tossico (A proposito… che fine ha fatto? Spero non questa…)

e infine la seguente ricerca che sembra quasi uno sfogo:

…chi ben comincia parte a razzo. e poi tutti sappiamo come finisce. metà dell’opera? l’opera la devi far tutta

Io per il momento ho cominciato e non so se possa considerarmi a metà dell’opera o meno. Nel dubbio raccoglierò la raccomandazione dell’ignoto visitatore del blog e cercherò di andare avanti come ho fatto in questi primi mesi. Sperando che la Roma alimenti questa passione anche con qualche soddisfazione.

Come si diceva un tempo… “Buona fine e buon inizio…”

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“Quer pasticciaccio brutto der centrocampista centrale” – Parte prima: La logica del capro espiatorio

Ieri la nebbia in campo non ci ha fatto vedere almeno venti minuti del secondo tempo. Però c’è anche un’altra nebbia, uan nebbia molto più pericolosa perché difficile da diradare anche con l’arrivo del sole o della tramontana. Questa nebbia, che alberga dentro di noi, nasce da scelte confuse e finisce per produrre altra confusione che alimenta se stessa come in un circolo vizioso perverso e inarrestabile. Se non ci fossero state scelte oggi non saremmo in questa situazione, e questo certamente non può essere imputato a noi tifosi, che per ruolo non compiamo scelte, però nel permettere alla prima nebbia di diventare un pericoloso nebbione anche noi abbiamo delle responsabilità.

In questo senso credo sia assolutamente illuminante quello che potremmo chiamare “Quer pasticciaccio brutto del centrocampista centrale”, ovvero un caso che evidenzia diverse questioni che finiscono per alimentare la nebbia dentro di noi. Tra queste la prima che vorrei affrontare è la logica del capro espiatorio.

Il calcio ha tre caratteristiche. Innanzi tutto è uno sport, per cui è rilevante l’elemento atletico, poi è un gioco di destrezza per cui è rilevante la capacità di  gestire il pallone con i piedi, ed infine è uno sport di squadra per cui è rilevante il modo in cui gli undici singoli riescono a relazionarsi tra loro. Il risultato deriva da un mix di questi tre fattori, moltiplicati per gli undici giocatori, ed il suo esito è talmente difficile da prevedere, che la saggezza popolare ne ha coniato una splendida sintesi: il pallone è rotondo.

Quando le cose non vanno come si spera che vadano è normale chiedersi il perché, ma in un contesto così complesso, in una rete così inestricabile come facciamo a capire questo maledetto perché senza il quale non è possibile trovare una soluzione? Ecco che ci soccorre la logica del capro espiatorio: si individua un problema, oggettivamente esistente e lo si eleva a causa degli effetti che si vogliono combattere. Nessuno può negare il problema oggettivo e quindi nessuno potrà negare che per modificare gli effetti bisognerà operare su quel problema ben circoscritto e quindi “operabile”.

Taxidis (mi si pedoni la “pronuncia” romanesca) è il perfetto capro espiatorio. Il ragazzo infatti è indubbiamente lento nei movimenti, compassato si diceva un tempo, e il calcio è uno sport in cui appunto è rilevante l’elemento atletico. Chi può osare di discutere una dato tanto evidente? Nessuno. Se fosse più veloce sarebbe certamente meglio. Chi può negarlo? Nessuno. Ergo la sua lentezza è un problema. Anche questo è difficile da negare. Questo dato è indiscutibile a prescindere da quelle che poi possono essere le sue doti positive. Questo problema è oggettivo e circoscritto. Perfetto per trasformare che lo determina in un capro espiatorio. “Taxidis non po’ esse titolare nella Roma”.

 Il problema è che la logica del capro espiatorio, pur fornendo una fantastica scorciatoia a chi non vuole accettare che la realtà è molto più complessa di quanto lui non riesca a comprendere, non fa che aumentare quella nebbia che è dentro di noi e che ci allontana dalla possibilità di vedere le cose in modo più chiaro. Questo perché concentrando tutta l’attenzione su un problema unico, per quanto oggettivo, distrae da tutti gli altri e li lascia gonfiarsi nell’inazione, senza considerare peraltro che la distruzione sistematica di un giocatore in un ruolo peraltro molto delicato è un modo per indebolire la squadra ovvero noi stessi.

Per cominciare a far diradare la nebbia che alberga dentro di noi e che rende tutto più difficile sarebbe decisamente il caso di superare la logica del capro espiatorio Taxidis, all’ombra del quale, peraltro, possono comodamente accomodarsi soggetti molto più responsabili di quegli effetti negativi che ognuno di noi, in buona fede o meno, vorrebbe contrastare. Supararla nel suo caso e cercare poi di non riabbracciarla mai più.

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Contro il calcio globale

– Sotto la quarta non può essere vero amore – dice Gecko come se fosse una verità di quelle assolute e non più semplicemente una canzone di Claudio Bisio.

Mentre noi ridiamo a crepapelle qualcun altro intorno sorride dandosi di gomito. Qualcun’altro sembra anche dare un giudizio negativo a quella frase così evidentemente sessista, ma evidentemente non conosce Gecko. Il vagone della metro è pieno e non ci sarebbe niente di male se fossimo a Roma, solo che non è così perché siamo sulla linea verde della metropolitana di Barcellona, diretti allo stadio come molti altri a giudicare dalle sciarpe. Molti altri tra i quali tanti stranieri.

– Pure qui è pieno di Italiani – mi dice sottovoce Fausto.

In effetti vedo molti turisti in giro ma in fondo è pur sempre sabato sera e molti di loro potrebbero essere diretti nei migliaia di luoghi in cui può condurre la metropolitana di una grande città, anche se, a vedere il numero di quelli che poco dopo scendono alla stessa nostra fermata, il sospetto che siano anche loro indiscutibilmente diretti allo stadio si rafforza. Quando torniamo in superficie già si vede lo stadio troneggiare in fondo ad una strada in cui la fiumana proveniente dal sottosuolo è solo un affluente di un flusso enorme.

– E mica saranno tutti Italiani – dico a Fausto. Tutti Italiani no, però molti sono asiatici e molti altri parlano inglese. Me lo fa notare lui mentre aspettiamo, in circa duecento, che il semaforo pedonale ci lasci passare.

Facendo lo slalom tra i bagarini arriviamo al nostro cancello di accesso dove ci strappano un angolo del biglietto come succedeva da noi prima dei tornelli e dei codici a barre. Poi subito dentro, senza nessuna perquisizione, come non succedeva da noi neppure quando ero pischello, molti anni prima dei tornelli e dei codici a barre. Nessuno di noi parla perché fa un freddo cane e sappiamo di dover arrivare fin sopra l’ultimo anello, dove le bandiere sventolano come se fossero issate sugli alberi di una nave in piena velocità e non sui pennoni di uno stadio. Le scale sono davvero imbarazzanti. Vecchie e strette. Però quando usciamo dal boccaporto la visione del prato che sembra un tappeto a strisce di due tonalità di verde non fa rimpiangere i 59 euro del biglietto.

– I più economici? 59 Euro? All’ultimo anello? Li mortacci loro – aveva sentenziato Gecko quando li avevo presi su internet un paio di mesi fa.

Cerchiamo la nostra fila ma ben presto ci rendiamo conto che gli spalti sono mezzi vuoti. Eppure il sito della società dava il tutto esaurito. Ci sediamo così nei primi posti che troviamo, disposti poi eventualmente a spostarci, tanto manca poco al fischio di inizio e nessuno di noi crede che ci saranno problemi. La cosa strana è che in ogni settore dello stadio ci sono ampi buchi. Non ci sono settori strapieni ed altri semivuoti come capita all’Olimpico, ma lo stadio è puntinato in modo omogeneo di presenti e di sedie vuote. Questo vale anche per le curve, o meglio per il settore che noi considereremmo le curve, ovvero quello in basso dietro le porte.

– Ahò… ma quale sarà la curva del Barcellona? – si chiede e ci chiede un amico di Fausto.

Bella domanda. A dire il vero non si capisce. Siamo tutti un po’ disorientati anche perché le squadre sono già in campo e a parte lo speaker che recita le formazioni e un brusio di sottofondo non si sente niente. Certo con quello che costano i biglietti in quel settore forse non c’è un vero e proprio gruppo che tira i cori, anche se ad un certo punto una cinquantina di persone sotto a noi cominciano a sventolare 5-6 bandiere e a cantare. Dura poco però, poi comincia la partita e si torna nel silenzio. Intorno a noi solo giapponesi, francesi, tedeschi e altri stranieri di ogni continente. Di spagnoli se ne vedono davvero pochi. Ci sono, certo, ma come se fossero un normale gruppo tra i tanti. La partita viene vinta 5 a 1 con doppietta di Messi ma la cosa più incredibile è che neppure sui gol gli spalti escono dal torpore in cui sembrano incastrati. Tutti esultano ma neppure si alzano in piedi. Applaudono ma finisce davvero lì.

– E tu me volevi fa caccià 89 euro perché là sotto stavamo in mezzo alla bolgia? Ma li mortacci tua – mi dice Gecko mentre ci muoviamo per andare via e tutto sommato non riesco a dargli torno.

Prendete una normale partita della Roma. Veramente una qualsiasi. Toglietegli il 99% della partecipazione e avrete Barcellona-Atletico Bilbao del primo dicembre del 2012. Spero sia stato un caso, ma francamente non credo, e la cosa non mi lascia indifferente. Se questo deve essere un modello da seguire allora avvisatemi subito che scendo prima. Non cambierei quello che viviamo due volte al mese con quello che ho visto l’altra sera neppure per dieci Champion’s league. Mi tengo tutto. Pure lo stadio Olimpico con l’abbonamento dei distinti che però costa come 5 partite al Neu Camp. Sì, mi tengo anche la pista d’atletica, il ricordo del trofeo anglo-italiano vinto negli anni sessanta e il caos sul lungotevere all’uscita. Mi tengo tutto, perché forse quel tutto è il nostro modo di vivere la nostra passione. Perché forse quel tutto siamo noi e non c’è nessun motivo per trasformarci in qualcosa di diverso.

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Perchè ho abbracciato questo sogno

I ritorni di fiamma, perfino quelli enormemente graditi, sono sempre materia per la psicanalisi. Non per niente in molti li chiamano “minestre riscaldate”, per sottolineare che, dietro l’aspetto assolutamente uguale, si nasconde un sapore diverso. L’amore ha il destino di consumarsi per cui ogni sguardo indietro può essere abitato solo da fantasmi e nostalgia e oggi ho addosso una sensazione mista di timore e disillusione. La vittoria di Pescara è una vittoria strana, maturata all’ombra del desiderio di rimanere aggrappati ad un sogno e non al sole caldo della coscienza di cavalcarlo e forse in questo momento ho bisogno di capire perché ho abbracciato questo sogno.

Ho abbracciato questo sogno perché Zeman mi ha insegnato a pensare che sia meglio vincere 5 a 4 piuttosto che 1 a 0.

Ho abbracciato questo sogno perché almeno sono certo che i miei giocatori non finiranno mai in processione in via Allegri accompagnati dai loro avvocati.

Ho abbracciato questo sogno perché in fondo è solo una partita di pallone per cui possiamo permetterci il lusso del massimalismo più sfrenato.

Ho abbracciato questo sogno perché posso mettere la mano sul fuoco che la mia squadra corre più degli altri perché meglio degli altri si è allenata.

Ho abbracciato questo sogno perché il senso delle cose non sta tanto nel raggiungimento dell’obiettivo che ti sei prefisso ma nel modo con cui lo persegui.

Ho abbracciato questo sogno perché Zeman mi ha insegnato a pensare anche che è meglio perdere 2 a 3 che perdere 0 a 1.

Ho abbracciato questo sogno perché possono togliermi qualsiasi risultato ma non potranno mai togliermi l’orgoglio di certe prestazioni.

Per tutto questo spero che quello di ieri sia stato solo un episodio, reso comprensibile dall’assedio mediatico cui Zeman è stato sottoposto, ma pur sempre un episodio. Perché nulla è meglio di inseguire un sogno. All’attacco. Col quattrotrettrè.

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Istantanea da uno stadio diviso

– Questo è per voi! Questo è per voi! – urla Gecko con la vena del collo che sembra destinata ad esorbitare della pelle che a stento ancora la contiene – Questo è per voi!.

La palla si è appena insaccata, rotolando lentamente accanto al palo alla sinistra del portiere. Dal nostro punto di vista, un po’ defilato lateralmente dietro la porta, c’è stato anche un attimo di suspance. Avevamo visto subito il portiere andara da una parte e la palla dirigersi esattamente dall’altra ma la lentezza con la quale si muoveva e soprattutto la forte angolazione aveva fatto tremare i polsi a più di qualcuno. In ogni modo il rigore si è trasformato in gol e con lui la paura in gioia, una gioia che però non riesce ad essere piena, altrimenti Gecko non urlerebbe quelle parole.

Per capirle è necessario fare qualche passo indietro ritornando ai minuti immediatamente precedenti al fischio di inizio. Come sempre si chiacchiera della probabile formazione, ironizzando sui ritardatari oppure su quelli che addirittura non saranno presenti. Questi ultimi si beccheranno l’assenza ma ai primi, se non arrivano prima della prima nota dell’inno, la “R” di ritardo non glielo toglie nessuno. Si tratta di un gioco, ma uno di quei giochi a metà strada tra lo scherzo e la serietà. Alla fine dell’anno si tirano le somme e la classifica parla chiaro. Il meno presente viene “premiato” con un cucchiaio di legno e l’ignominia calerà su di lui. Come ogni prepartita il clima è elettrico, ma certamente non è tranquillo. Si discute di tutto in un tempo in cui la tifoseria è divisa su tutto.

– Che poi manco so’ diciassette, ma so’ quattordici, i punti che c’ha fatto fa sto rincojonito!

Eccola la frase incriminata, quella che fa saltare i nervi a Gecko. L’affermazione che evidenzia la mistificazione al servizio di un pregiudizio, un pregiudizio scagliato per giunta contro le linee amiche. I tre punti a tavolino sono certamente un’anomalia sportiva, specie in una cultura come la nostra in cui il senso della legalità vivacchia, nel migliore dei casi, in uno stato di perenne latenza. Però di solito ci si rifiuta di contarli come gli altri quando ingrossano sacco dell’avversario. Mai quando per una volta si trovano nel proprio.

– E a te chi cazzo te l’ha detto che quella partita l’avremmo persa?

Ecco la risposta di Gecko, perché quello che forse gli fa più male è il dare per scontato che se si fosse giocata sul campo quella partita l’avremmo persa. Come se non ci fosse più neppure la speranza ma solo una guerra in cui perfino i risultati non riescono a mettere tutti d’accordo. Ne era nata una discussione al limite della lite, che presto si era propagata come solo alle discussioni di calcio è possibile che accada. Metà da una parte e metà dall’altra. Più o meno, che in certi casi quello che conta non è la contabilità ma la sostanza delle cose. Per questo ora che  poco meno di una decina di maglie rosse bordate di giallo si accalcano addosso all’Osvaldo trionfante Gecko continua con la sua accosa.

– Questo è per voi! Questo è per voi! – urla dando immaginari colpi di indice ad uno stadio diviso.

 

P.S. Io per quello che vale mi schiero con Zeman fino alla fine sperando che un giorno qualcuno faccia la fine di Enrico IV a Canossa.

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